Mezzogiorno Restaurant
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PRESS :: AMERICA OGGI  

Il "Mezzogiorno" a SoHo: spaghetti e quadri
Cene d' artisti

- di Paola Di Fonzo

Se ci fosse ancora Andy Warhol sarebbe uno dei clienti. A "Mezzogiorno", nel cuore di Soho, siedono alla stessa tavola senza tovaglia Leo Castelli, Ileana Sonnabend, Charles Cowles, Jasper Jones e James Rosenquist. Davanti a un carpaccio con rucola l'atmosfera non e quella formale di Sotheby's o di Christie's, ma il ristorante italiano tra Spring e Sullivan ogni sabato all'ora di colazione diventa il punto d'incontro del mercato dell'arte moderna americana. Si discutono tendenze, si lanciano progetti, e tra un piatto di variopinte insalate e bocconcini senza grassi preparati dallo chef Marco Fregonese si fanno anche affari.

A questo appuntamento quasi irrinunciabile non mancano Kurt Karnedoe del Moma e Tom Armstrong del Whitney Museum a cui spesso si aggiungono importanti collezionisti europei arrivati da Parigi, Londra o Amsterdam.

Leo Castelli si sente a casa. La sua galleria e a pochi passi dal locale. Ogni settimana non perde una discussione. Frequenta questo posto ormai da tre anni e siede sempre al solito tavolo che guarda sulla strada.

"Mezzogiorno e un pezzo di questa zona artistica - dice l'ottantenne caposcuola degli art dealer, - lo abbiamo scoperto un po' alla volta ma ormai e diventato il nostro punto d'incontro preferito. C'e passato mezzo mondo e adesso almeno un giorno alla settimana diventa tutto nostro.

Durante gli anni '60-'70 andavamo a discutere da 'Ballato'. Oggi 'Mezzogiorno' ha preso il suo posto. I miei artisti lo considerano un luogo familiare. New York ha bisogno di spazi come questo. Se qualcuno vuole scambiare delle idee puo arrivare senza prenotazione e parlare con tutti in una sola volta."

Gli abitudinari hanno ribattezzato il ristorante "The Club". E ormai questo e il nome in codice che passa nel mondo dell'arte per vedersi tutti i sabati. Con il marmo rosato al posto delle tovaglie, il ristorante si presenta come una terrazza circondata da vetri che arriva fino ai lembi della strada. La vista e proiettata nella coloratissima downtown, ma gli odori e i sapori si ispirano alle colline del Chianti. "Mezzogiorno" e stato ideato da un team tutto italiano, Aldo Bozzi, Romano Molfetta, Vittorio Ansuini e Marco Magris, l'architetto che ne ha curato anche gli interni. Tutti, chi per discendenza chi per passione, collegati in qualche modo a Firenze. Il design del locale e lineare e gioioso. Sul soffitto c'e stampata una pagina di diario con la gigantografia di una affresco del Pontormo. La cucina e l'arte sono quindi i due poli di riferimento che legano "pasta a fagioli" alle vendite dei Botero o dei Chia.

Al "sabato artistico" i posti a tavola, tra un piatto di "linguine nere sciue sciue" e "maccheroni alla crudaiola", vengono scambiati in continuazione. "La gente si mescola, si conosce - afferma Charles Cowles, art dealer dei supermoderni - Mezzogiorno e uno dei pochi luoghi in cui e possibile parlarsi senza troppe formalita".

"Il posto e stato aperto vicino alle piu importanti gallerie, - dice Vittorio Ansuini uno dei soci e general manager, - il punto era sicuramente strategico ma siamo stati davvero fortunati ad avere come clienti direttori di musei, grandi collezionisti, scrittori, modelle e attori. I personaggi che lo frequentano hanna dato al ristorante due anime differenti. Durante il giorno so parla di affari e di arte, la sera funziona come un locale informale ma intimo che fa leva sulla qualita a prezzi ragionevoli."

"E' il nostro salotto di casa - continua Leo Castelli - dove spesso accettiamo anche le star di Hollywood. Robert De Niro, Matt Dillon e John Kennedy, che abita a pochi metri da qui, e siedano spesso insieme a noi."

Ma cosa c'entra la cucina con la pittura?

"Mezzogiorno con la sua formula sobrio-chic tutta italiana e gia da tempo un punto d'incontro per gli intellettuali post-moderni di Manhattan- aggiunge Cowles- Si trovano cose semplici e molto ben preparate. Ma penso sia meglio non dirlo troppo in giro. I contagi e l'imitazioni sono pericolosi. Adesso che abbiamo trovato "The Club" vorremmo tenercelo per gli Anni Novanta"




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